Capitolo 9
“Questione di metodo”, un giallo a puntate
Armand, rimasto solo in quella stanza adibita a luogo da interrogatorio, rimaneva seduto vivendo una duplice sensazione; da un lato si sentiva svuotato, finalmente, dopo aver cercato per una notte intera di parlare con qualcuno di quanto aveva visto e sentito in biblioteca, dall’altro provava una strana sensazione di paura e forte disagio. Era questo il vero potere di Clelia, saper mettere a disagio chiunque anche mentre raccontava la verità, perché sapeva bene che la realtà ha sempre una connotazione soggettiva, e come tale può tramutarsi in una mezza verità nel giro di poco tempo; non per forza perché l’interrogato stia mentendo, ma perché revisioni e riflessioni più nitide e attente possono far vedere diversamente ciò che un attimo prima si era descritto in un certo modo. Armand sentiva in lei quella forza in grado di estirpare da chiunque linearità in una vicenda contorta, e il delitto del priore Tommaso, tra le mura di Santa Croce, aveva tutte le caratteristiche per essere un giallo dai risvolti indefiniti. Ma non per sempre.
Clelia raggiunse i suoi uomini e gli agenti della scientifica, che nel frattempo erano finalmente giunti sul luogo, e si diresse subito verso Ferretti. Lo trovò immobile, con la macchina fotografica abbassata lungo il fianco e un’espressione che sembrava quella di un uomo che ha trovato qualcosa e aspetta che qualcun altro gli dica come comportarsi.
“Ispettore”, disse Ferretti con tono di voce basso. Ma non proseguì la frase.
Clelia si avvicinò alla porta e si fermò sulla soglia guardando dentro senza entrare. Quel luogo sembrava una sagrestia di servizio, una stanza accessoria non di grande importanza: un piccolo ambiente con le pareti in pietra grezza e il soffitto basso, illuminato da una finestra a feritoia che lasciava passare un filo di luce. Lungo le pareti, a intervalli regolari, erano fissati al muro dei supporti in ferro battuto, e su ciascuno di essi poggiava una torcia, di quelle che da centinaia di anni bruciavano nei corridoi di Santa Croce: quelle torce avevano lunghi manici in legno, avvolti nella parte inferiore da strisce di cuoio, e finivano con una testa in ferro che creava una coppa allargata, dove lo stoppino imbevuto di pece si consumava lentamente nell’oscurità dei corridoi lasciando sulle pareti quella patina nera e lucida che il tempo aveva reso indistinguibile dalla pietra stessa. Tutte le torce erano al loro posto, ma un supporto era vuoto. E la torcia che avrebbe dovuto trovarsi in quel supporto era lì a terra.
Clelia entrò lentamente e si avvicinò a quella torcia senza toccarla, lasciando che gli occhi facessero il lavoro che le mani non potevano fare. La torcia era sul pavimento con il manico orientato verso l’interno della stanza e la testa in ferro verso la porta. Era un oggetto pesante, si intuiva anche senza toccarlo: il manico aveva uno spessore considerevole e la testa con la coppa piena di pece indurita doveva aggiungere un peso non indifferente all’oggetto. La parete intorno al supporto aveva una macchia scura, larga, irregolare ai bordi ma densa e grumosa al centro. Clelia si avvicinò fino a pochi centimetri dalla pietra: quella macchia aveva una forma che il suo cervello riuscì immediatamente a interpretare nella giusta maniera, anche senza rilievi della scientifica. Era allungata verso il basso e leggermente verso sinistra, come se il punto di origine fosse in alto e il sangue avesse seguito la gravità lungo la superficie ruvida prima di coagularsi. Tommaso era stato colpito in quel posto, vicino a quel muro.
Clelia guardò il pavimento in corrispondenza della macchia. Vide una piccola pozza scura, già secca, più grande di quella trovata in biblioteca. Aveva la sua scena del crimine.
“Ferretti”, disse senza voltarsi.
“Ispettore.”
“Ha già fotografato tutto quello che c’è da fotografare qui?”
“Non ancora. L’ho trovata adesso, stavo aspettando lei.”
“Bene, fotografa tutto. Dalla soglia prima, poi avvicinati per gradi. Voglio la torcia nelle sue condizioni attuali, il supporto vuoto e la macchia sul muro con tutta la parete circostante; poi passa alla pozza sul pavimento e a tutti i centimetri tra la porta e la parete in fondo. Tutto Ferretti, non mi interessa se qualche cosa le sembra irrilevante”, ordinò Clelia facendo attenzione ai suoi passi mentre usciva dalla stanza.
Ferretti iniziò a lavorare e il flash cominciò a illuminare a intermittenza quella stanza, trasformandola per frazioni di secondo in un luogo che sembrava ancora più tetro quando completamente illuminato. Clelia stette sull’uscio per controllare, c’era qualcosa nel modo in cui la torcia era a terra che non la convinceva del tutto. Il manico era orientato verso l’interno, come se fosse caduta dalle mani di chi stava guardando verso l’uscita nel momento in cui l’aveva lasciata andare. Non era stata scagliata via in fretta, era quasi scivolata vista la vicinanza al supporto, come si lascia andare qualcosa quando le dita cedono e la stretta della mano si apre da sola.
“L’impugnatura è rivolta verso l’interno, chi la teneva in mano stava guardando di là”, disse indicando il corridoio.
Ferretti abbassò la macchina fotografica un momento. “O forse aspettava qualcuno che stava arrivando”, provò ad azzardare.
Clelia lo guardò. Era raro che Ferretti contribuisse con qualcosa di utile, era sempre stato un diligente operaio della polizia, ma in quel caso quella frase sfuggita dalla bocca accese un flebile sguardo di interesse da parte di Clelia.
“Sì”, disse lei, “potrebbe essere anche quello”.
L’ispettrice rimase a guardare il supporto vuoto sulla parete. “Chi stacca una torcia dal muro, di notte, in un corridoio di un monastero?”
“Qualcuno che ha bisogno di luce”, disse Ferretti.
“O qualcuno che sa già dove deve andare e in quel corridoio ci vede abbastanza. Aveva bisogno di altro.” Clelia tornò a guardare la testa in ferro della torcia, quella coppa pesante che aveva ancora residui di pece indurita lungo i bordi.
“ Chi l’ha presa credo avesse bisogno di un oggetto che fosse lì, a portata di mano”.
“O lo ha staccato sapendo già cosa avrebbe fatto o lo ha preso nel momento in cui ha avuto bisogno di farlo velocemente. E queste sono due cose molto diverse che disegnano la storia in due direzioni opposte”, aggiunse Clelia.
Quella distinzione era importante, ma Clelia dovette accontentarsi di avere due ipotesi senza una immediata soluzione. Le mise, come era solita fare, nel suo cassetto mentale immaginario. Quelle due ipotesi descrivevano una premeditazione o un impulso.
Clelia si girò verso il corridoio e cominciò a camminare lentamente in direzione della biblioteca, con gli occhi sul pavimento, spostandosi da un lato all’altro con quella lettura metodica che aveva già usato in biblioteca poco prima. Il corridoio era stretto, le pareti ravvicinate, il soffitto basso e lungo le pareti, a intervalli regolari, altri supporti in ferro reggevano altrettante torce. Alcune erano consumate, altre quasi intatte; la luce che emanavano, di notte, doveva creare un chiarore irregolare fatto di zone illuminate e zone d’ombra profonda, di certo non permetteva di vedere tutto. Le pietre del pavimento erano irregolari e Clelia le fissava con metodicità. A un certo punto si fermò e si abbassò. In corrispondenza di un punto dove il corridoio curvava leggermente c’era una traccia sottile sul pavimento. Non era una macchia e nemmeno una pozza, ma una striscia interrotta, forse lasciata da qualcosa che aveva toccato la pietra e poi si era sollevato; poi un’altra poco più avanti, poi ancora una, ma più sbiadita, quasi invisibile a occhio nudo. Strisce allungate, con la coda orientata nella stessa direzione.
“Ferretti”, chiamò Clelia senza alzarsi.
Il brigadiere la raggiunse in pochi secondi e si abbassò accanto a lei.
“Vede queste tracce?”
“Sì”.
“Non sono impronte. Sono gocce di sangue allungate nel senso del movimento. Guardi la forma: la parte larga è il punto di caduta, la parte sottile è la scia lasciata dal movimento. Vanno tutte verso la biblioteca”. Clelia si rialzò.
“Il priore è uscito da quella stanza, ha percorso questo corridoio ed è arrivato fino in biblioteca con una ferita alla testa importante, vista la quantità di sangue in quella stanza e lo sgocciolamento qui nel corridoio.”
“Quanti metri saranno ispettore?”
Clelia misurò mentalmente la distanza. “Una trentina dalla stanza alla porta della biblioteca, non di più.” Fece una pausa. “Non è una distanza lunga, ma con un trauma di quel tipo e una perdita di sangue importante dimostra quanto fosse ancora presente a se stesso. Le gocce non sono ravvicinate e non sono fitte, vuol dire che non stava correndo e non stava barcollando. Camminava lentamente, con una precisa direzione.”
“Sapeva dove andava”, disse Ferretti.
“Sapeva esattamente dove andava”, confermò Clelia.
Riprese a camminare. A circa metà del corridoio si fermò di nuovo, in un punto dove la pietra era più consumata del solito, quasi lucida per il passaggio accumulato. Si abbassò ancora e vide tracce diverse, non più semplici gocce. Erano segni sottili, paralleli tra loro, come lasciati da qualcosa che aveva sfiorato la pietra in modo discontinuo, scomparendo e ricomparendo a intervalli irregolari.
“Ferretti, guardi questi.”
Il brigadiere si avvicinò e si abbassò. Li guardò in silenzio.
“Sono i calzari”, disse Clelia. “Ma il modo in cui sono impressi non è quello di qualcuno che cammina normalmente. Quando si cammina il piede si solleva con una spinta che parte dal tallone e finisce sulla punta, c’è un intervallo. Questi segni sono piatti, uniformi, il piede non si solleva completamente, stava strisciando sul pavimento: stava perdendo il controllo delle gambe, ma non si è fermato.”
“Perché doveva arrivare in biblioteca?”, chiese Ferretti.
“Perché aveva qualcosa da fare in biblioteca?”, lo corresse Clelia.
Continuarono lungo il corridoio fino alla porta della biblioteca. Clelia si fermò sulla soglia e guardò la distanza che separava l’ingresso dal punto dove giaceva il corpo di Tommaso: dieci metri, forse dodici. Era entrato, aveva attraversato il salone, poi si era sdraiato, con il crocifisso posato accanto alla mano con una cura che niente in quella notte avrebbe dovuto permettergli di avere.
Il medico legale arrivò mentre Clelia era ancora sulla soglia. Si chiamava Renata Spiga, era una donna sulla sessantina con i capelli grigi tagliati cortissimi e un modo di muoversi veloce e sicuro. Conosceva Clelia da anni, abbastanza da sapere che le domande a Clelia andavano fatte solo quando si aveva già qualcosa di utile da dire.
“Clelia”, disse avanzando nel corridoio con la borsa in mano.
“Renata, guarda qui.” Clelia la guidò verso la piccola cappella. La dottoressa Spiga si fermò sulla soglia e guardò la torcia a terra, la macchia sul muro, il supporto vuoto, la pozza sul pavimento. Poi entrò prestando la massima attenzione, con i calzari ai piedi, e si abbassò sulla macchia.
“Colpo alla testa”, disse dopo pochi secondi.
“Questo lo sappiamo già: dimmi altro”, chiese Clelia bramosa di ulteriori dettagli.
Renata Spiga lavorò in silenzio per qualche minuto, raccogliendo campioni con movimenti precisi. Poi si rialzò e rimase a guardare la parete.
“La concentrazione della macchia suggerisce un impatto singolo, non ripetuto: un colpo solo portato con una forza considerevole, con un oggetto pesante”, disse indicando la testa in ferro della torcia ancora a terra. “Quella coppa in ferro, con i bordi della pece indurita, dovrebbe aver lasciato un’impronta specifica sulla cute. Lo verificherò sul corpo”. Il medico si raddrizzò e guardò l’altezza della macchia sul muro: “Il punto di impatto è a circa un metro e settanta dal pavimento. La vittima era alta?”
“Alto, sì”, disse Clelia.
“Allora il colpo è stato portato in orizzontale, leggermente dal basso verso l’alto”. Renata Spiga guardò il supporto vuoto. “Chi colpiva non era alla stessa altezza della vittima, ma era abbastanza vicino da avere una presa solida sul manico.” Fece una pausa. “Non è un colpo portato con una rincorsa: è un colpo ravvicinato. Le due persone si guardavano in faccia, o quasi.”
“Aspetta”, disse Clelia.
“Ferretti fotografa ancora tutte le torce. In questa a terra manca il cuoio intorno al manico, lì nella parte finale: è l’unica senza la pelle avvolta. E’ stata tolta”. Non azzardava ipotesi Clelia, ma la mancanza del rivestimento poteva avere una sola spiegazione: cancellare le impronte, e sia Ferretti che Renata lo avevano intuito.
“Renata, ora focalizzati sul corpo, andiamo. Voglio l’ora del decesso e voglio sapere se ci sono altri segni oltre al trauma, e sapere se ha assunto qualcosa nelle ore precedenti.”
“Qualcosa di che genere, cosa devo cercare in laboratorio?”, chiese il medico legale.
“Qualcosa che non avrebbe dovuto assumere, o che qualcuno potrebbe avergli fatto assumere senza che lo sapesse.”
La dottoressa non fece altre domande, raccolse la borsa e si avviò verso la biblioteca. Clelia la seguì. Renata Spiga si inginocchiò accanto al corpo e aprì la borsa con movimenti ormai automatici. Cominciò dalla ferita alla testa: la coppa della torcia aveva effettivamente lasciato un’impronta netta nella cute, con bordi irregolari ma definiti e una profondità centrale che suggeriva il peso concentrato dell’oggetto nel punto di massimo impatto. Il saio, a partire dal collo fino quasi alle caviglie, era impregnato del tanto sangue perso. Renata controllò le mani, le unghie, la zona intorno alla bocca. Clelia rimase in piedi ad osservarla senza disturbarla, con le braccia lungo i fianchi e gli occhi che seguivano ogni movimento. Il medico si fermò sulle unghie della mano destra, poi si spostò verso il viso, aprì delicatamente la bocca della vittima e si avvicinò con una piccola torcia. Rimase così per quasi un minuto, poi si spostò al collo, poi al torace, premendo con due dita in punti precisi. Si rialzò lentamente.
“C’è una discromia lieve ma evidente alle labbra, non è la cianosi tipica del cedimento cardiaco post-traumatico: il colore è diverso, più tendente al grigiastro e c’è una leggera irritazione della mucosa orale”.
“Sarà l’elleboro”, disse bisbigliano tra sé e sé Clelia.
Renata alzò gli occhi e chiese di ripetere, perché non aveva sentito.
“Nulla, stavo pensando ad alta voce. Puoi trovare se c’è qualcosa che non va con il tossicologico?”, chiese Clelia.
“Sì, ma ci vuole tempo. Posso dirti che il quadro che vedo è compatibile comunque solo con un’esposizione a eventuali veleni in maniera lieve e non letale dato il quadro della mucosa; forse comunque sufficiente a produrre un’alterazione cardiovascolare progressiva, un rallentamento della risposta motoria già nelle ore precedenti al colpo. Dipenderà dalla sostanza”, concluse il medico.
“Quindi potrebbe essere stato colpito mentre era già fisicamente compromesso da altro?”
“È possibile, magari la sua capacità di reazione era ridotta e dopo il trauma, con il cuore già sotto stress da un’intossicazione in corso, il cedimento finale è arrivato prima di quanto sarebbe arrivato in condizioni normali”.
“Eppure è arrivato fin qui comunque, il che significa che aveva una ragione abbastanza forte da trascinarlo fino a questo punto con quello che aveva nel corpo e dietro la testa”, concluse Renata.
“Ora del decesso?”
“Tra le due e le tre di notte. Con un margine di un’oretta, ma te lo confermerò con le analisi”.
Clelia aprì il taccuino e scrisse. Poi rimase ferma con la penna in mano: stava allineando mentalmente la sequenza temporale. Tommaso era stato in biblioteca quella notte con un altro monaco, Cesare, come spiegato da Armand che si trovava nascosto nell’anfratto. Avevano parlato di elleboro, di radici da essiccare, di argini da costruire; poi erano usciti insieme, in silenzio, verso il corridoio. Da quel punto mancavano dei pezzi, ma Tommaso era morto in quella stessa biblioteca poche ore dopo, con una ferita alla testa causata da una torcia staccata dal muro di una stanzetta lì vicino e aveva percorso da solo venti metri di corridoio con il sangue che colava e le gambe che cedevano per una sostanza tossica già al lavoro nel sangue. Troppe cose ancora non tornavano.
“Renata”, chiamò mentre la dottoressa raccoglieva gli strumenti.
“Dimmi.”
“Il crocifisso, quello vicino alla mano.” Clelia indicò l’oggetto sul pavimento. “Tracce biologiche?”
Renata Spiga si avvicinò, si abbassò e lo esaminò senza toccarlo. “Sangue. Sulla base, nella parte inferiore della croce. Secco, coagulato, compatibile con le stesse ore del decesso.” Alzò gli occhi verso Clelia. “Potrebbe averlo tenuto in mano mentre perdeva sangue, prima di posarlo. Oppure qualcun altro lo ha posato dopo, con le mani sporche.”
“O entrambe le cose”, disse Clelia. “In sequenza diversa”.
Renata Spiga non rispose.
Clelia si girò verso Ferretti: “Torna nella stanza, sguinzaglia i tuoi agenti e cercami quel cuoio che avvolgeva la torcia. Chi ha lasciato cadere quella torcia non aveva il tempo di portarsi via tutto con cura e precisione”.
“Sì ispettore.”
“E poi voglio che qualcuno vada a controllare le coltivazioni dell’abbazia prima che si muova qualcosa là fuori: terra smossa, piante tagliate, spazio libero tra le coltivazioni. E voglio sapere se in qualche cella o ambiente privato si trovano sacchi, contenitori, qualsiasi cosa che possa contenere materiale vegetale essiccato. Perquisite tutto, partendo dalla stanza del monaco Cesare”.
Clelia rimase sola nella biblioteca ancora per qualche minuto. Iniziò a pensare alle parole di Armand e al suo racconto. C’era un’altra persona che quella notte era stata con Tommaso in quella biblioteca e aveva sentito le stesse parole davanti a un finestrone illuminato dalla luna. Quel monaco con i capelli e la barba bianchi lo aveva scrutato poco prima accanto al corpo del priore. Bernardo aveva detto che Cesare era vicino a Tommaso da anni, gli era quasi devoto: una fedeltà costruita nel tempo era il tipo di legame che rende impossibile distinguere dove finisce la lealtà e dove comincia la complicità. Uscì dalla biblioteca e percorse il corridoio a passi lenti, guardando per l’ultima volta quelle tracce sul pavimento. Si fermò davanti alla porta della stanza dove aveva lasciato gli altri, appoggiò una mano allo stipite e rimase lì un secondo. Poi aprì la porta.
Ghislain, Francesco, Gaio e Cesare erano seduti in silenzio. Clelia posò lo sguardo su Cesare e lui alzò gli occhi verso lei. “Cesare”, disse Clelia con una voce decisa. “Vieni con me”.
Cesare si alzò lentamente e seguì l’ispettrice fuori dalla stanza. Clelia aprì la porta della stanza dove aveva interrogato Armand, ormai ritiratosi nella sua cella per non parlare con nessuno come da richiesta di Clelia, e si sedette; aprì il taccuino su una pagina nuova e aspettò che Cesare si sedesse di fronte a lei. Poi alzò gli occhi su di lui e rimase in silenzio per qualche secondo, lasciando che quel silenzio creasse il solito disagio, marchio di fabbrica dell’inizio dei suoi interrogatori.
“Dove eri ieri notte, Cesare?”, chiese Clelia dandogli del tu, volutamente.
Ne seguì un lunghissimo silenzio. Poi Cesare alzò gli occhi verso l’ispettrice e iniziò a parlare.



Anche questa puntata l’ho letta “golosamente”. Ora devo aspettare due settimane 😩